domenica, gennaio 03, 2010

una a settimana

Federazione anarchica informale, ignoti, 'ndrangheta: 3 bombe/allarmi-bomba in 15 giorni. Se non altro, fa pensare.

lunedì, dicembre 28, 2009

Due storie, da sotto la neve



venerdì, dicembre 18, 2009

Il viaggio di Dewan



Mentre lo osservi sistemare frutta e verdura nel suo negozio, non immagineresti che dietro quell’ometto sorridente e dalla faccia vispa si celi una vita tanto avventurosa. Dewan Musharaff Hossein viene dal Bangladesh, ha 47 anni, un chiosco di frutta e verdura in via Predabissi (una traversa di via Padova) e una storia da raccontare. Ha lavorato per 27 anni in Arabia Saudita come meccanico di un’azienda di riparazioni, viaggiando in lungo e largo per tutto il medio oriente. Nel 2008 è tornato a casa e ha preso la decisione: realizzare un sogno e arrivare in Italia dai suoi fratelli. Partito da Dhaka, la capitale del Bangladesh, Dewan è arrivato a Venezia dove uno dei suoi due fratelli lo aspettava. I primi tempi sono stati duri: «Per un po’ ho lavorato in Fincantieri insieme a lui. Poi ho cambiato lavoro e sono andato in una ditta di pulizie». Infine la svolta: la scelta di venire a Milano e l’investimento dei guadagni di una vita. «Ho
deciso di aprire un’attività tutta mia, ho acquistato il negozio in joint venture con un socio». Dewan ha tre figli ed una moglie che vorrebbe portare in Italia, «ma prima devo stabilizzarmi meglio». Per adesso si accontenta di poco ed è felice: tutti i giorni si alza presto, lascia le due stanze di viale Monza che divide con altri otto connazionali (per cui spende 150 euro al mese) e va all’ortomercato. Là compra frutta e verdura che venderà poi nel suo chioschetto alle signore del quartiere. Tutti i giorni, dalle 9 alle 19, anche la domenica. «Ho molte “italian ladies” come clienti - dice sorridendo - e sono meglio degli stranieri». Per un attimo il suo volto si fa scuro e aggiunge: «a volte in questa zona ci sono dei nordafricani che vengono a creare problemi ai negozianti. Per fortuna mi lasciano in pace». E perché? Sul volto di Dewan torna il sorriso: «perché io parlo bene la loro lingua e fingo di essere arabo».

Video e articolo di Luca De Vito pubblicati su AffariItaliani.it

lunedì, dicembre 14, 2009

Prose Sparse - Milano Milano Milano

È un po’ come pisciare fuori dal vaso. Esistono tanti modi di pisciare fuori dal vaso: può essere un getto breve partito per caso, possono essere gli schizzi che rimbalzano sul bordo, oppure una lunga e sacrosanta pisciata che nasce e muore sul pavimento senza passare neppure per un attimo dalla porcellana. Vivere è un po’ così. Con l’orizzonte metafisico della pisciata dritta, gli uomini si affannano a raddrizzare la loro vita proprio come se cercassero di centrare una pozza d’acqua in fondo al cesso.
Quando Carlo saliva sui tram, ventiquattr’ore alla mano, faceva quasi sempre pensieri così. Soprattutto quando era alle fermate in periferia, dove l’umanità si fa più fitta. Quella mattina, appena sveglio, aveva pisciato fuori dal vaso e si era inchinato a pulire il pavimento con due pezzi di carta. Abbassandosi sul piscio aveva sentito l’odore di vino della sera prima. Inoltre due pezzi di carta erano pochi e poggiandoli sul proprio frutto mattutino si era bagnato la mano. Quell’episodio gli aveva rovinato la giornata e una padella in bilico sul lavello, unta e sporca di sugo, aveva fatto il resto. Da quando si era trasferito a Milano, il suo odio per tutte le cose che non hanno un profilo armonico andava a scontrarsi con le necessità della vita quotidiana. E così si stupiva di ritrovarsi in quella vita sporca, invasa da milioni di germi, parcheggiata in un appartamento di periferia al quinto piano. Intorno a lui sedimentava tutto, inesorabilmente. Anche il tempo che lo circondava di ore inutili, mentre aveva milioni di cose da fare e non ne faceva neppure una. Anche la polvere che sembrava salire, lenta e opprimente, su fino agli angoli del soffitto., fino a concentrarsi negli interstizi invisibili della cucina, quelli che non osava nemmeno guardare. Prima di trasferirsi, Carlo si vantava di seguire un’etica rigida e dalle sue parti lo chiamavano il Santo. Ora consumava pasti freddi in piedi, davanti al lavandino, con le mani sporche di piscio. Era come se il vuoto della metropoli, piombato sopra di lui come uno schiaffo, fosse arrivato per offuscare la sua vita morale. Ingurgitò il pane. Era secco e gli raschiò la gola.

La sua vita era ormai come una canzone stanca, una di quelle melodie piene di vecchi fiati arrugginiti nella loro regale decadenza. Era stato un intellettuale italiano negli anni della contestazione, aveva creduto in Mao, Khomeini e nel movimento studentesco. Negli anni ottanta aveva rifondato la sua vita, abbracciando un ideale di democrazia Occidentale. Negli anni 90 aveva cercato rifugio nelle religioni, approdando senza soluzione di continuità al cattolicesimo ortodosso, al confucianesimo, all’islamismo e all’animismo delle tribù Masaai dell’africa subequatoriale. Adesso, squarciato, posava corpo e anima sulle lenzuola macerate di sudore. Non un movimento, non un pensiero.
Da qualche anno l’impulso vitale che aveva accompagnato cambiamenti e sforzi intellettuali, si era trasformato in uno stanco trascinarsi per i sobborghi metropolitani di una capitale senza nome. Lo sbocco coerente di tutte le sue riflessioni era una vita fragile, priva di direzione. A colpirla con una bastone, avrebbe risuonato sorda. In tutto vedeva la fine. Una fine senza nome, senza un perché. Una fine anonima destinata a coprire come una nuvola gravida di silenzio il frastuono di Babele. Una fine che aveva il sapore di bomboletta spray sparata nella notte sui muri di Milano. Nessuno era in grado di spiegare perché, perché nessuno era in grado di accorgersene. L’autista continuava a guidare il suo tram, il cinese si ostinava a portare fuori dal negozio il suo sacco, la vetrina di Dior esponeva sempre la sua solita borsa. Eppure la fine era inevitabile.
Uno sputo piovuto dal cielo cadde sulla sua guancia. Strizzò di riflesso l’occhio e la faccia immersa nella pozzanghera fangosa ebbe appena un tremito. L’impermeabile era accanto a lui, ridotto in brandelli.

La notte prima aveva rischiato di morire. Non si era nemmeno preoccupata di cercare una coperta. Fosse stato per lei avrebbe rimesso l’anima sulla panchina della Stazione centrale. Gonfia di alcool e di calci, era stramazzata a terra in piazza Duca d’Aosta. Non ricordava neanche più se quella sera qualcuno l’aveva stuprata. Però qualcuno le aveva messo una coperta addosso, non c’erano dubbi. E lo doveva a quello sconosciuto se poteva soffrire un giorno di più.
A 32 anni, senza più denti in bocca e con l’epatite C, non si può sperare di andare oltre i confini della Stazione Centrale. Soffriva. Soffriva come un cane cui hanno spezzato la schiena e che si trascina senza meta appoggiandosi ai muri dei palazzi. Soffriva come pochi uomini sarebbero riusciti a sopportare e non vedeva davanti a sé nessun motivo per continuare a vivere. Ma il vero problema era che non sentiva la mancanza di niente. Né dei suoi genitori, né di un amore, né di una casa, né del cibo, né della pulizia, né della chiesa, né della coperta. Tornando indietro, avrebbe vissuto la sua vita nello stesso identico modo. Perché quel pensiero, quel tarlo, le si era ormai ficcato nel cervello e non c’era stato modo di estirparlo. Quel tarlo che, un lunedì pomeriggio in mezzo ai corridoi dell’esselunga, le aveva mostrato il Nulla. Il Nulla che sentiva e percepiva ovunque. Nel cesso, tra le mani, in mezzo alle gambe.
Da quel momento aveva votato la sua esistenza all’autodistruzione, perché qualsiasi stimolo esterno si sgretolava davanti ai suoi occhi come un castello di sabbia bagnata. Ogni meccanismo umano girava a vuoto e le sembrava corrotto, inutile, inceppato da vuoti di senso che si incastravano nelle ruote. Aveva ascoltato centinaia di persone parlare ed era come se tutti stessero costruendo qualcosa: ogni discorso che sentiva era la perfetta continuazione di quelli precedenti e tutti si muovevano coerentemente in una direzione. Eppure non erano altro che impalcature architettate con cura maniacale sul Nulla. Le capitava anche quando leggeva: finiva l’ultima pagina, chiudeva gli occhi e si trovava davanti a cattedrali assolute del pensiero Occidentale imperniate nel vuoto e vedeva congegni accuratamente oliati lungo millenni di storia agganciarsi a dogmi inesistenti.
Finì alla Stazione, perché trovava più coerenza nei salti di Supermario sul Nintendo del Bar. Consumando gli ultimi spiccioli là, ancorata a quelle manopole che le impedivano di impazzire. La catastrofe era inevitabile, e lei lo sapeva.
Quella mattina disse la sua ultima preghiera a Nietzsche. Spese le monete rimaste in una bottiglia di vino e salì sul primo treno in partenza. Destinazione: Dachau.

mercoledì, dicembre 09, 2009

Professione: statua vivente


“Perché vuoi le foto? Se mi vedono, poi vogliono copiarmi tutti”. La sua unica preoccupazione è questa, che gli altri possano rubargli le idee. Soprattutto il costume da Re, sontuoso e curato nei dettagli, che ha fatto la sua fortuna di statua umana per le vie di Milano. Tibi, 26enne originario della Romania, quando è arrivato in Italia dieci anni fa, era uno dei primi a fare questo mestiere. E le idee per i costumi erano tutte sue: “il primo fu quello di Dante, che è stato anche il primo che mi hanno rubato”. Ha la faccia tranquilla Tibi, mentre si fuma una sigaretta e sguscia fuori dalla sua maschera bianca.
Ha appena finito il turno in corso Vittorio Emanuele, dietro una viuzza ad angolo apre la sua valigia e abbandona i panni della statua: “Quando sono arrivato in Italia ho fatto il muratore per tre mesi, ma il padrone non mi pagava. Ho mandato al diavolo tutto e ho cominciato a fare questo lavoro”. Fronte bassa, muscoli guizzanti, occhi svegli dell’eterno monello. Anche se è arrivato in Italia a 16 anni, Tibi assicura di avere un diploma professionale acquisito in Romania e ci mostra la sua carta d’identità con su scritto: “professione: artista di strada”. E in effetti gli elementi per esserlo non gli mancano: la sua sceneggiatura è il silenzio, il suo palco è la strada, i passanti sono il suo pubblico.

In questo dieci anni ha girato per il Nord Italia, da qualche anno è in pianta stabile a Milano. Insieme con lui lavora Mihail, il socio più giovane (anche lui romeno), nei panni di Casanova. Gli dà il cambio dopo tre ore, in questo modo riescono a coprire le ore di punta. “Ma non si guadagna più come un tempo – dice Tibi con un’a ria finta da commerciante in tempo di crisi – Adesso sono venuti in troppi, tutti mi copiano”. Si asciuga l’ultimo residuo di crema bianca sul volto, dà un tiro alla sigaretta e aggiunge: “Adesso vorrei andarmene”. E dove? “Tornare in Romania, a casa. Ma ho la ragazza italiana e lei là non ci vuol venire”. Perché? “Perché ha paura”, sorride.

articolo di Luca De Vito pubblicato su milano.repubblica.it
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lunedì, novembre 30, 2009

Accade a Milano, ma in pochi lo vedono

Due video, due storie metropolitane.



domenica, novembre 08, 2009

All city writers, da Milano a New York



A Milano erano le crew di quartiere, ovvero i gruppi di writers che segnavano il territorio con tag e bombolette spray. E soprattutto nella zona est, a Lambrate, il gruppo teneva alto il nome di Milano capitale dei graffiti. "All city writers" è il libro di Andrea Caputo che attraverso la voce dei protagonisti ripercorre la storia dei graffitari di tutto il mondo. Un'opera imponente, con 410 pagine, 620 articoli e 1230 fotografie. Secondo lo studio di Caputo i writers, nati a New York negli anni novanta, si sono diffusi principalmente nelle periferie delle grandi città, fra stabilimenti industriali abbandonati e vecchi capannoni. E Milano, di questi paesaggi, aveva da offrirne eccome. "All city writers" dedica una sezione importante al capoluogo lombardo con testi e immagini che raffigurano i luoghi segnati dalla storia dei graffitari. "Terreno di confronto - spiega Andrea Caputo - a Milano non sono stati soltanto i muri, ma anche le banchine, i treni e le metropolitane".

mercoledì, novembre 04, 2009

Dall'altra parte del taccuino

Questo post per segnalare un'intervista che mi ha fatto Luca Albani di 02blog.it, pubblicata qualche giorno fa. L'argomento è Giambellino-Tolstoi, il blog sulle storie di Milano che ho aperto a luglio. Colgo l'occasione per ringraziare Luca e invito tutti a leggerci! (Sotto uno stralcio).

Giambellino Tolstoi, un abbinamento che solo Milano poteva fare. Giovanni Bellini detto il Giambellino, pittore del XV secolo e Lev Tolstoj, o meglio Leone Tolstoi alla meneghina, romanziere dell’Ottocento, che aspettano entrambi il 14. Chissà di cosa parlano poi… Ma Giambellino Tolstoi in rete è soprattutto il nome di un blog.

Un sito che da quattro mesi racconta ai milanesi la loro città in una ventina di post indifferenti alle parole chiave dei motori di ricerca. Ma se ci finite per caso c’è da rimanere incantati: le esistenze di Salman, Ashif, Ivo, G.M. di Quarto Oggiaro, Dorando, Sara, Dewan e Rodolfo sono vite comuni, come le nostre, ma difficilmente ne avremmo sentito parlare se non ce le avessero raccontate.

C’è un ragazzo dalle idee ben chiare dietro a Giambellino Tolstoi: “Questo è il blog delle storie di Milano. Le storie che racconto io, Luca, studente e giornalista domiciliato qua dall’ottobre del 2007. In una città che non si può capire, ma solo raccontare”. È stato un piacere incontrarlo. L’intervista inizia dopo il salto.

martedì, novembre 03, 2009

La wireless a Milano? Solo una promessa mancata


RITARDI, incuria e scarsa sensibilità. Soprattutto per questo il sogno di una Milano connessa "senza fili" - che doveva proiettare la città al vertice delle più "wireless" d' Europa - è rimasto tale, lasciando i cittadini senza copertura anche nelle zone più centrali. «Il nostro desiderio è di dotare la città, entro due anni, di una rete Internet in banda larga e senza fili, accessibile da almeno 4mila luoghi all' aperto», si era addirittura sbilanciato a dire l' assessore all' Innovazione e alla ricerca Luigi Rossi Bernardi, due anni fa. Ma oggi, ciò che resta è soltanto una storia piena di vuoti e gesti incompiuti, primo fra tutti il caso del parco Sempione. Il wireless al Sempione era stato annunciato in pompa magna nell' ottobre del 2007. Il primo passo verso una Milano senza fili entro l' Expo, dicevano dall' amministrazione comunale. Ma dopo nemmeno un anno, le schedine con la password non arrivavano più presso i punti distribuzione (Acquario, Triennale e Biblioteca) e l' accesso era di fatto impossibile.
Già quando fu presentato il progetto, qualcosa non tornava. Nel comunicato ufficiale si diceva che le antenne sarebbero state presenti "fino al 31 agosto 2009". Ma perché, se entro il 2015 tutta la città doveva essere coperta, il progetto in Sempione (costato 50mila euro) doveva durare meno di due anni? «Quello promosso dal mio assessorato - spiega Maurizio Cadeo, assessore al Decoro urbano e promotore di "wireless castle" il progetto che riguardava i parchi milanesi - era un esperimento pilota. La cosa mi interessa. Sono pronto a riprendere l' esperienza in Sempione, ma deve essere inserita in un' iniziativa a più ampio respiro». Iniziativa che però, tarda ad arrivare. E dire che il progetto- con tanto di studio di fattibilità costato 150mila euro approvato dal Consiglio e deliberato dalla giunta - ci sarebbe. Secondo uno studio coordinato dal professor Maurizio Decina, docente di Telecomunicazioni al Politecnico, e da Davide Corritore, consigliere comunale del Pd, il segnale trasportato dalla fibra ottica potrebbe essere "irradiato" in tutta la città tramite 4mila antenne (access point) sparse sul territorio, da installare su semafori e lampioni. Tutto semplice e a basso costo, assicurano gli esperti. Perché dunque non procedere? Il fatto è che i guai della rete wireless a Milano hanno radici antiche e risalgono addirittura alla controversa cessione di Metroweb, la società proprietaria delle reti di fibra ottica, da parte del Comune di Milano agli inglesi del fondo Stirling Square. Dopo la travagliata vicenda, il progetto sembrava poter arrivare in porto, perché grazie a una clausola nel contratto di vendita gli inglesi si erano impegnati a dare al Comune l' accesso per dieci anni alla rete. Cosa che avrebbe consentito l' avviamento del progetto. Ma in tre anni, questa clausola non è mai diventata operativa. «Era un progetto buono e a basso costo - spiega Davide Corritore - che però si è arenato per inettitudine e poca attenzione al problema. Dopo lo studio di fattibilità il Comune è letteralmente sparito. Resta da capire quanto hanno contato gli interessi delle società di Telecomunicazioni che forse temono di perdere fette di mercato». Se anche in Regione tutto tace, buone notizie arrivano invece dalla Provincia. Palazzo Isimbardi sta infatti investendo in un progetto da milioni di euro che prevede la cablatura di tutti i comuni milanesi, per cui Podestà ha fatto richiesta di finanziamento alla Banca Europea. Un progetto che al momento è completato al 10 per cento, «ma vogliamo collaborare con tutti i comuni della provincia, stiamo già lavorando con Monza», ha spiegato il presidente. Quando questa sarà terminata, e se sarà mantenuta la gestione della rete, si potrà fare quello che non è riuscito al Comune di Milano.

Articolo pubblicato su Repubblica - cronaca di Milano

lunedì, novembre 02, 2009

Prose Sparse - Il coprofago dell'anima

Sono un coprofago dell’anima. Non posso rivelare la mia identità perché, con la pubblicazione di questo scritto, verrei additato come il peggiore dei criminali e sarei linciato a morte dalla furia giustiziera delle folle. Preferisco restare nell’ombra, al riparo dalle coscienze ipocrite del mondo di superficie, per avere tutto il tempo di raccontarvi le mie gesta.
La mia è stata una vita di abusi e di menzogne perpetrate approfittando dell’ingenuità e di quella che molti studiosi definiscono “interruzione volontaria della coscienza”. Innanzitutto voglio rivelarvi una cosa: la verità è sempre triste, mediocre e nel migliore dei casi non interessante. La menzogna invece è un fuoco scoppiettante che riscalda il cuore del viandante, è un bicchiere di vodka bevuto d’un fiato. Io ho consacrato la mia vita alle bugie e il potere che ne ho derivato è immenso. Questo stesso potere, crollerebbe in un istante come un castello di carte se qualcuno venisse a conoscenza della mia identità.
Ma torniamo alla mia definizione: io sono un coprofago dell’anima perché riesco a scavare nel lato buio delle persone, riesco a isolarlo, ad addentarlo, tenendo stretto il morso finché la preda non implora pietà. A quel punto lo tengo in pugno, sotto il mio controllo. Ma non crediate che faccia questo usando la violenza fisica: le mie armi sono l’indulgenza e le buone maniere.
Quando la vittima si avvicina, in genere la accolgo con un sorriso. Poi, in un clima disteso e rilassato, cominciamo a parlare. Inizio facendo domande, fingendo interesse per le sue risposte e per la sua vita. A un certo punto, gli faccio un complimento, che però non è un complimento esplicito, ma è nascosto dietro una domanda ingenua: “sei davvero bravo! È un lavoro faticoso il tuo?”. Poi arriva una piccola critica che in realtà è soltanto un altro complimento ben mascherato: “non dovresti affaticarti così tanto”. Quindi, ancora tutta una serie di accorgimenti mirati a dimostrare che il poveretto si trova di fronte a un uomo sincero e onesto, non una iena assetata di sangue. Et voilà. Il malcapitato è caduto nella trappola. È pronto a comportarsi esattamente come gli sarà ordinato a livello inconscio. Accetterà qualsiasi cosa perché lo splendore dei falsi complimenti avrà annebbiato la sua mente.
Da quel momento in poi le parole che pronuncerò per lui saranno sempre ricolme di luce chiara, perché le vedrà rifrangere del luccichio menzognero delle mie primordiali adulazioni. Gli sembreranno verosimili e le accetterà, perché vede in me una persona fidata che ha saputo giudicare e capire così bene la sua personalità. Così, con in bocca tutta la merda della sua anima, me ne andrò scodinzolando come un cane che ha azzannato un passero e lo porta in bocca, penzolante dalle sue fauci.
Dopotutto non faccio nulla di male: mi limito a fregarvi, facendo leva sul vostro stupido orgoglio. E calpestando i vostri inutili scrupoli morali. Ma sempre in silenzio, che non si sa mai.

Dunque, vuoi prendere un caffè con me?

venerdì, ottobre 30, 2009

Il cavallo, la ragazzina e i pirati. O dei cyber reati


DIECI denunce al giorno, 2.800 segnalazioni in un anno e il primo posto nella classifica delle zone a maggior incidenza di reati informatici. Un vasto panorama di crimini - dall' uso di materiale pedopornografico alla clonazione di carte di credito - in continuo aumento nei numeri e nelle varianti, che a Milano trova terreno fertile. Gli esperti della polizia postale e delle Comunicazioni della sede di via Moisè Loira non hanno dubbi: per le sue caratteristiche di città "capitale" delle telecomunicazioni, Milano è uno snodo centrale anche per questo genere di reati, molti dei quali sono di carattere finanziario. «Per spiegare questo fenomeno - afferma Eliseo Santoro, dirigente del compartimento polizia postale e delle comunicazioni - uso sempre una battuta. La truffa di Totò che cerca di vendere la fontana di Trevi venne fatta attraverso la parola: oggi verrebbe fatta attraverso una mail». L' aumento del giro di denaro intorno a questi reati è notevole. Un dato su tutti quello delle carte di credito clonate: il volume d' affari di queste operazioni supera quello legato allo spaccio di droga. La lista delle denunce per crimini informatici è lunga, anche per quanto riguarda la complessità e la raffinatezza dei meccanismi di truffa. Come il povero uomo d' affari americano fregato da Totò, deve essersi sentito anche un signore lombardo che cercava di comprare su Internet un cavallo. Caduto nelle mani di alcuni truffatori, l' uomo è stato convinto a spedire qualche migliaio di euro in cambio dell' animale. Non contenti, i truffatori si sono fatti inviare altro denaro affermando che era necessario corrompere la dogana. E poteva mancare forse la biada per nutrire il cavallo? Ovviamente no, e la cifra estorta è ulteriormente aumentata. Inutile aggiungere che lo sfortunato non ha ricevuto nessun cavallo. Gli aneddoti legati a questi fenomeni sono moltissimi, alcuni dei quali preoccupanti anche dal punto di vista sociale. Come il caso di una ragazzina di 14 anni che riceveva via chat continue richieste a sfondo sessuale. La madre, insospettita, si è sostituita alla figlia per controllare chi le mandasse i messaggi. Grazie alle indagini della Polizia Postale si è scoperto che un' amichetta, dodicenne, aveva inserito su un sito per adulti tutti i dati e i contatti della figlia. Motivo? Vendicarsi dopo un litigio. «L' aumento di questi reati - spiega Fabiola Trefiletti, vice questore aggiunto della polizia postale e delle comunicazioni - è legato al fatto che Internet è un mondo in continua espansione. Si prenda il caso di Facebook: da quando in Italia è scattata la passione per questo social network c' è un boom di furti d' identitàe di denunce per diffamazione». Ma il caso di Facebook è sintomatico anche per un altro aspetto: «Spesso le persone mettono in rete notizie e dati personali con una facilità estrema, senza preoccuparsi del fatto che una mente criminale vede in Internet una fonte inesauribile di identità». Non sempre però le indagini nell' informatico portano a un responsabile. Gran parte di questi crimini vengono infatti commessi fuori dal territorio nazionale. Per agire contro i colpevoli è dunque necessaria una rogatoria internazionale, che però, al di fuori dei casi più gravi, non parte quasi mai per motivi di costi e tempi: sarebbero altissime le probabilità che le indicazioni sui tabulati informatici siano già scomparse. Risultato: i reati minori compiuti all' estero rimangono regolarmente impuniti.

Articolo pubblicato su Repubblica Milano il 29/10/09

mercoledì, ottobre 28, 2009

Gli orologiai a rischio estinzione



L’incessante ticchettio di centinaio lancette è il suo più fedele compagno. Rodolfo Saviola vive una vita scandita ogni quarto d’ora dai rintocchi dei suoi gioielli: gli orologi. Quarant’anni passati nel suo laboratorio di via Piccinni a Milano, anni dedicati al restauro e alla cura di micro-meccanismi che soltanto mani esperte come le sue possono trattare. Ma tutto questo adesso rischia di scomparire, per Rodolfo come per altri 300 orologiai milanesi e per migliaia di orologiai in tutt’Italia.
I tempi duri sono iniziati quando le multinazionali svizzere e tedesche hanno deciso di non fornire più i pezzi di ricambio. “È come se la Fiat decidesse di non fornire più i ricambi delle auto – spiega Rodolfo – e obbligasse tutti a mandare le auto guaste a Torino”. La motivazione? Gli orologiai non sarebbero in grado di montare questi pezzi. Una spiegazione che suona paradossale e che secondo Rodolfo nasconde una verità molto più veniale: “Obbligando chi ha un orologio da riparare a mandarlo in sede, le grandi case produttrici riescono a guadagnare anche sulle riparazioni. Senza preoccuparsi dei grandi disagi che ci saranno per i clienti”.

martedì, ottobre 27, 2009

Le opinioni di NNF - Da Silvio a Marrazzo


Le dimissioni di Marrazzo si possono analizzare da due punti di vista. In entrambi i casi (secondo me) sono state un gesto necessario.

Da quello politico-istituzionale, perché l'ex presidente della regione ha sbagliato a farsi ricattare. Nel momento in cui cedi al ricatto perdi tutta la tua credibilità come guida e dimostri debolezza. Badate: se avesse denunciato subito il ricatto, le dimissioni non sarebbero state necessarie.

Tuttavia, le dimissioni si sarebbero rese necessarie comunque se si analizza la vicenda dal punto di vista della comunicazione politica: dal momento in cui la sinistra ha condannato le frequentazioni di Silvio B. con la escort Patrizia D'Addario, non si può più sgarrare. Pena, l'ennesima figura da bravi predicatori e cattivi razzolatori.

giovedì, ottobre 22, 2009

Da Spiegelman a Sacco, il giornalismo a fumetti



Da Art Spiegelman a Joe Sacco. “Streep”, in mostra dal 21 al 25 ottobre nei locali dell’ARCI Bitte, è la storia di uno stile espressivo – il giornalismo a fumetti – che dal 1700 ad oggi ha regalato opere di grande spessore culturale. Le cinque giornate interamente dedicate al graphic journalism e al fumetto si articoleranno in incontri con gli autori, eventi, musica, teatro e videoinstallazioni.
A fare da quinta una mostra di riproduzioni che ripercorre il percorso di questa storia del giornalismo a fumetti con centinaia di immagini che ne riassumono la traiettoria evidenziandone caratteristiche, pregi, limiti e paradossi.
Fra gli ospiti delle serate Matteo Guarnaccia e Paolo Bacilieri; Alessandro Robecchi con Gipi (Gian Alfonso Pacinotti) che si esibirà anche con la sua band nel reading musicale “LMVDM”; Paolo Parisi, che disegnerà sulle note di John Coltrane accompagnato dal trio jazz Ferlaino-Falvo-Bernard Giancarlo Soldi che presenterà il suo documentario “Graphic Reporter”, Piero Colaprico che intervisterà José Muñoz, la compagnia teatrale “I Dionisi” con il pluripremiato spettacolo di satira politica “Serate bastarde”.

venerdì, ottobre 16, 2009

Le opinioni di NNF - L'uso della Tv


E' notizia di oggi, che le telecamere di mediaset stanno seguendo il giudice Mesiano, ovvero il giudice del verdetto Fininvest-Cir, che ha condannato l'azienda della famiglia Berlusconi a pagare un risarcimento di 750 milioni di euro.

Badate bene: queste cose vanno in onda a mattino 5 e pomeriggio 5 che sono i contenitori "news" più seguiti delle reti Mediaset, con un loro target di pubblico specifico (soprattutto casalinghe). Si tratta di una mossa senza precedenti: l'allestimento di un artificio mediatico (basato sul nulla e che fa leva soltanto sul mezzo, ovvero il sensazionalismo televisivo) voluto dal presidente del Consiglio con lo scopo di delegittimare un giudice che ha condannato la sua azienda. Ci sono talmente tanti paradossi, conflitti e storture in questa la vicenda che sembra la trama di un film. E invece è una realtà, la nostra.

martedì, ottobre 13, 2009

José contro tutti





sabato, ottobre 10, 2009

Progetti per gli scali ferroviari milanesi



Sedici progetti futuristici per recuperare un’area di un milione e trecentomila metri quadri. È questa la proposta del Politecnico di Milano all’assessore Masseroli per rivalutare gli scali ferroviari milanesi e dare un volto nuovo alla città di Milano. Nella sede del Politecnico Bovisa, in via Durando, studenti e professori hanno mostrato all’assessore Masseroli i plastici e relazioni che hanno impegnato i ragazzi per mesi.
Le aree dimesse dei sette scali (Farini, Rogoredo, Porta Genova, Porta Romana, Greco, Lambiate, San Cristoforo) nelle idee degli studenti dovrebbero lasciare il posto a parchi urbani, spazi aperti e luoghi d’incontro. Elementi di sostenibilità e di ecologia su cui si basano le soluzioni ideate da studenti e professori del Politecnico per la riqualificazione degli scali. Fra le proposte ci sono anche idee per l’Expo, il disegno di una nuova darsena e il coinvolgimento del parco sud. Ma questi progetti molto difficilmente vedranno la luce.

venerdì, ottobre 02, 2009

Bike Polo



Non hanno cavalli, ma biciclette. Non sono nobili e non vestono di marca. Hanno cappellini da ciclista, indossano T-shirt e soprattutto hanno gambe e fiato. Più tanta voglia di tornare bambini. Sono gli appassionati del “bike Polo” che ogni martedì sera dopo le 22e30 si ritrovano in piazza San fedele, nel cuore di Milano, con le loro biciclette a scatto fisso, sei mazze e una pallina di gomma. Non sono partite ufficiali, ne tornei organizzati: sono soltanto incontri messi su grazie al passaparola.
Le regole di questo “street sport” sono semplici. Ci si divide in due squadre composte da tre giocatori – chi c’è, c’è, non sono mai fisse – e vince chi riesce a segnare più volte nella porta avversaria. Piazza san Fedele è il campo ideale per il “bike polo”: spazi ampi e superficie liscia, dove ruote e pallina raramente trovano ostacoli. I pali di ciascuna porta sono due birilli arancioni distanziati di circa 50 metri al centro della piazza. Non si può toccare con il piede per terra e si può segnare soltanto colpendo la palla con la testa della mazza. Sotto la luce gialla dei lampioni, la prima partita di una lunga serie ha inizio. Palla al centro, le due squadre una di fronte all’altra posizionate tra i propri birilli. «Tre, due, uno, via!» con i giocatori che pedalano a contendersi la prima azione, come nella pallanuoto. Gli scontri, in questo sport, sono consentiti soltanto mazza a mazza, bici a bici e corpo a corpo: nel
polo non c'è un arbitro, e tutto si basa sull’onestà e il fair play dei partecipanti che devono evitare giocate troppo “aggressive”.
Ma se le regole sono facili, per giocare bisogna essere abili ciclisti: per essere competitivi serve equilibrio, una discreta forza nelle gambe e tanta precisione. Utile per questa disciplina è la bicicletta a scatto fisso: una bicicletta con un solo rapporto, con la ruota anteriore collegata alla catena e senza freni (per fermarsi bisogna pedalare all’indietro). «Consente di avere le mani più libere – spiega un ragazzo a bordo campo – ma bisogna essere esperti. Io sono un novellino e per adesso ho la bici con un freno solo. Non so se stasera giocherò». Per partecipare ai martedì sera in san Fedele non ci sono obblighi: «tutti possono partecipare – spiega uno dei polisti più appassionati – basta avere una bicicletta qualsiasi e la voglia di provare».
Il bike Polo in piazza è soltanto una delle varie manifestazioni che i “bikers” milanesi organizzano in città. Dal critical mass alle ciclofficine, dalle gare di velocità al free style, dal Bicycle Film Festival alle “Alleycat race” (corse di “gatti randagi” per la città: partenza conosciuta, arrivo sconosciuto e percorso reso noto durante la gara). Una vera e propria comunità, composta perlopiù da ragazzi fra i 20 e i 30 anni, che non chiede pubblicità né riconoscimenti. Il loro habitat naturale è quello urbano: vivono Milano in un modo alternativo e dai luoghi della città traggono ispirazione per nuovi percorsi e pedalate creative. Una comunità che si riconosce e si moltiplica anche grazie alla rete, dove decine di siti, forum e blog diffondono la nuova filosofia degli “street bikers” cittadini. Una filosofia che viaggia sempre e soltanto su due ruote.

Articolo pubblicato su Repubblica -Milano, video pubblicato su milano.repubblica.it

giovedì, ottobre 01, 2009

Prose Sparse - Il boss, la filippina e i corvi

In un piccolo paese della Sabina, nel Lazio Italico, circolava una strana storia. Nel minuscolo borgo, non molti anni fa, un vecchio trascorreva le sue giornate su una sedia a dondolo di fronte alla sua casa di legno. L'uomo – di bassa statura, piuttosto grasso e con un enorme cappello nero stile cow boy calato sugli occhi – apparentemente era un docile contadino la cui cura era affidata a una filippina smilza, di età indefinibile, che appariva di rado oltre l’ingresso dell’abitazione. In realtà era un boss spietato, il padrone incontrastato di tutto il paese, verso cui tutti mostravano rispetto assoluto. E nei confronti del quale tutti provavano un terrore indicibile: chiunque passasse di fronte alla sua tenuta, abbassava lo sguardo o si spostava velocemente tenendo il copricapo stretto fra le mani e implorando pietà con lo sguardo.
A vederlo così, a distanza, sembrava distratto e silenzioso, e non incuteva timore: qualcuno poteva anche pensare di trovarsi di fronte a un povero demente che passava tutto il giorno a dondolarsi mollemente sulla sua sedia, senza alzarsi e senza parlare con nessuno. Solo di tanto in tanto muoveva la testa con cenni impercettibili, come se impartisse degli ordini ad esseri invisibili.
In realtà la gestione del suo potere avveniva attraverso l’azione di un gruppo di malviventi della zona, poco numerosi ma sufficientemente fedeli e timorosi da garantire il controllo del paese. Le comunicazioni fra la banda e il capo erano poche ed essenziali, ridotte spesso a poche frasi in codice. L’emissario numero uno era la filippina. Una donna dalla magrezza infinita, quasi aliena, che trascorreva tutto il giorno all’interno delle quattro mura di casa. Comunicava con l’esterno attraverso una corrispondenza che lasciava di fronte all’ingresso posteriore ogni martedì sera e che puntualmente, il mattino dopo, spariva. Oltre alla sua fedele governante, il capo impartiva ordini anche a tre sicari che agivano nei dintorni della casa e con i quali comunicava soltanto lui. Nessuno sapeva bene come avvenissero questi contatti, perché in realtà nessuno si era mai avvicinato a più di cento metri dall’abitazione. Ma tutti sapevano di cosa fossero capaci i suoi uomini e soprattutto questi tre servitori oscuri.
Sul conto del vecchio si narravano storie incredibili. La più spaventosa - che poi era la leggenda su cui basava tutto il suo potere - racconta che un giorno, un giovane ribelle si intrufolò nella sua tenuta. Mosso da nobili sentimenti di giustizia e libertà per il suo paesino – asfissiato dalle angherie dell’organizzazione – aveva deciso di liberarlo con un gesto clamoroso. Eluse la guardia invisibile dei sicari e arrivò di fronte a lui con una pistola. Puntata l'arma contro il vecchio, il ragazzo urlò: «crepa, assassino!». I testimoni di quel fatto raccontano che il vecchio, senza battere ciglio, rispose al ragazzo che poteva sparargli pure senza problemi, anche se era davanti a tutti, disarmato. E mentre diceva questo guardava il giovane negli occhi, continuando a dondolarsi sulla sedia. Continuò a farlo anche dopo che il colpo partì dalla pistola. Il vecchio non morì e il proiettile, esploso da pochi metri, andò inspiegabilmente a conficcarsi nelle travi di legno alle sue spalle. Terrorizzato, il giovane fuggì. Sul ciglio della porta – racconta qualcuno – la filippina fu vista sporgersi e lanciare uno sguardo feroce verso l’esterno, con una fila di denti bianchi e aguzzi paurosamente digrignati. Il corpo del giovane fu ritrovato solo il giorno dopo, impalato, di fronte alla chiesa di Maria Vergine, un santuario isolato sulle montagne a tre chilometri dal paese. Sulla sua fronte, gli assassini avevano conficcato - dalla parte della canna - la pistola con cui il giorno prima aveva affrontato il boss.
Sul conto del vecchio poi, circolavano molte leggende. C'era chi giurava di averlo visto uccidere uomini senza muovere un dito e c'era chi aveva perfino sentito dire che fosse uno sciamano del Maghreb arrivato in Italia per sfuggire a una vendetta tribale. Inoltre nessuno lo aveva mai visto alzarsi dalla sua sedia, sebbene dopo il tramonto fosse sempre vuota.
Un giorno di settembre, la filippina scomparve. Nel paese si diceva fosse morta perché non si vedeva più la sua presenza muoversi all’interno della casa, anche se il corpo non uscì mai dalla tenuta. Per questo motivo le comunicazioni fra il capo e la banda furono improvvisamente interrotte e - come fecero notare i giornali del luogo - la corrispondenza del martedì cessò di colpo. Fra i gruppi che gestivano il territorio andavano diffondendosi mormorii e molti si domandavano cosa sarebbe accaduto all’organizzazione. Nella gente del posto, la paura aumentava e in fondo al cuore nasceva la speranza che qualcosa fosse sul punto di cambiare.
Invece non cambiò nulla. Il vecchio era rimasto impassibile, sempre dondolando sulla sedia di fronte alla casa e con quell’espressione indecifrabile sul volto. Non si muoveva di un metro e non se ne andava neanche più al tramonto: restava là giorno e notte, di fronte alla casa, come se volesse raddoppiare la sua presenza e il suo controllo sul paese. I malviventi, intimoriti da tanta freddezza, continuarono a gestire il territorio portando avanti la tradizione criminale del luogo, come se rispondessero a un ordine muto ma ineludibile. Tanto più che gli assassini, gestiti direttamente dal capo, continuavano ad uccidere con la stessa regolarità di sempre.
Le cose continuarono ad andare così per anni, dopo la morte della filippina. L’ordine si manteneva, tenace e inamovibile nella sua solidità, nel paese cresceva la paura verso quel terribile capo e si moltiplicavano le dicerie sul suo conto: per mantenere il suo potere con quella spietata ferocia, si diceva, doveva avere per forza un qualche dono soprannaturale. «Un potere concesso dagli spiriti, una magia nera che gli garantisce il controllo delle menti» si sussurrava nei mercati e in chiesa. E più crescevano queste voci, più crescevano rispetto e timore.
Un giorno però, l’imprevedibile accadde.
Era mattino presto, quando uno stormo di corvi neri raggiunse la tenuta. Provenivano da sud e spinti dalla fame avevano raggiunto i frutteti a ridosso della tenuta. Un centinaio di volatili in tutto che si avvinghiarono agli alberi con voracità. Buona parte di questi frutteti rientravano nella tenuta del vecchio. Distese di albicocchi e peschi, le cui foglie scintillavano al sole di luglio, furono presi d’assalto dai corvi. Nel loro bivacco, le bestiacce nere arrivarono vicino alla casa del boss. Zampettavano e svolazzavano indisturbate all’interno di tutto il recinto, senza che il vecchio se ne curasse minimamente. Sembrava disinteressato a quella fastidiosa presenza e manteneva la sua espressione di sempre: dondolante, distratta, impassibile.
All’improvviso, uno dei corvi si lanciò verso l’ingresso della casa e con un volo ad altezza d’uomo arrivò davanti alla sedia, con artigli sfoderati di fronte al volto del vecchio. Durò pochi istanti, ma sembrarono secoli. Le zampe della bestiaccia si andarono a conficcare nella pelle del volto marcita e con un colpo deciso la testa si spezzo dal collo ormai secco, rotolando vuota a pochi metri, mentre il cappello nero da cow boy fu sbalzato dalla parte opposta. La sedia, con il cadavere del boss decapitato e mummificato, continuava a dondolare sospinta dal vento. Gli altri corvi, felici per la novità, si affollarono sui resti dell’uomo per strapparne via i brandelli di carne secca. Dalla testa e dal corpo. Lo facevano con foga, fra schiamazzi e versi tipici della comunità corvina. Era come se assaporassero con gusto qualcosa di ancora vivo. Qualcosa che aveva conservato il suo sapore a distanza di anni dal suo ultimo giorno di vita.

domenica, settembre 27, 2009

Tutto a domicilio


C'è "Ice Man" che in meno di quarantott ore ti recapita chili di cubetti di ghiaccio per cocktail. C' è il "San Babila sport club" che il personal trainer te lo spedisce direttamente a domicilio. Ma ci sono anche Lavanet e Lavonline, che ti compongono il cestello dei panni sporchi virtuale, ti vengono a ritirare i vestiti e in tre giorni ti riportano tutto lavato e stirato. Quello della Milano "a domicilio" è un piccolo universo con un cuore on-line, decine e decine di siti che offrono servizi di ogni tipo a chi vive in città. Spesso si tratta di piaceri raffinati - come le bottiglie di qualunque annatae etichetta che Milanovino.it in 24 ore porta a casa per tre auro a consegna. Oppure di comodità per un target di clienti pigri. È il caso del Blockbuster di Viale Papiniano 16, che fa consegne gratuite di dvd, o del "Milano personal Shopper" di Alessandra e Francesca: se avete bisogno di abiti alla moda senza avere né tempo né pazienza di scegliere, loro vanno a comprarli per voi e ve li portano a casa o in ufficio. Ma in alcuni casi sono anche servizi utili per chi ha difficoltà a muoversi: quattro farmacie in città recapitano le medicine, lo studio odontoiatrico Adec presta assistenza dentistica a disabili e anziani direttamente in casa. È però nel settore alimentare che si trovano le iniziative più stravaganti e costose. Oltre a chi delle consegne a domicilio ha fatto il suo core business - dalla pizza al sushi, dai panini alla verdura, dai supermercati alle pasticcerie - ci sono i negozi che puntano a soddisfare esigenze più ricercate di pranzoo spuntino. È il caso di "diet to go", il servizio che porta a casa la dieta e i cibi giusti per seguirla: ogni giorno viene consegnata una borsa termica con la prima colazione, il pranzo, la merenda e la cena. Tutto rigorosamente calcolato per non dare più calorie del dovuto e per mantener in forma l' acquirente. Il programma ha una durata minima di due settimane e un costo di 300-360 euro. Per chi cerca sfizi senza avere problemi di dieta o di portafogli c' è invece Tramezzino.it, il sito che offre direttamente a casa una cinquantina di tipi diversi di sandwich al costo di 3 euro e venti l' uno. Servizio garantito anche nell' hinterland, basta avvisare con un giorno di anticipo. Oppure la gelateria Concordia: entro 50 minuti dall' ordinazione ti porta la vaschetta di gelatoa 15 euro al chilo e non ti fa pagare la consegna. Quando si ordina qualcosa da casa, via telefono o sul web, non si può tuttavia stare sempre tranquilli. Alessandro Tavallini, esperto utilizzatore dei servizi a domicilio milanesi, è l' ideatore del sito voglioadomicilio.it, un portale che seleziona dopo averle testate le proposte di servizio e fa da filtro per evitare delusioni al cliente. «Basta cercare su Google per accorgersi che c' è veramente di tutto, anche negozi poco raccomandabili. I siti che abbiamo selezionato li abbiamo provati tutti: dal cocktail prenotato alle 5 del mattino, alla torta Sacher che in tre giorni arriva da Vienna. E garantiamo che funzionano».

Articolo pubblicato su Repubblica - Milano